14 Giugno. Giacomo Leopardi: la più alta consapevolezza del nichilismo in Occidente.

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Oggi 14 Giugno (1095 - Agapij di Pečerska; 1794 - Emmanuel Marie Michel Philippe Fréteau de Saint Just ; 1907 - Giuseppe Pellizza da Volpedo ; 1920 - Max Weber; 1927 - Jerome Klapka Jerome; 1946 - Federigo Enriques; 1968 - Salvatore Quasimodo ; 1970 - Roman Witold Ingarden; 1986 - Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo; 1996 - Gesualdo Bufalino; 2005 - Carlo Maria Giulini; 2007 - Kurt Josef Waldheim; 2009 - Ivan Della Mea) nel 1837 moriva il più grande poeta degli ultimi secoli, noto più per la sua produzione poetica che per quella filosofica, che pure è notevole - Giacomo Leopardi.
E’ Emanuele Severino, uno dei più grandi filosofi italiani, che richiama la nostra attenzione sulla dimensione filosofica del grande recanatese.
Su Filosofico.net troviamo una buona sintesi del suo pensiero, affidata alla tesi di Laurea di Francesco Cardone, dal titolo NICHILISMO, TÉCHNE E POESIA NEL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO.
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2.5 Divenire, nulla, illusione e poesia in Leopardi.

Per Severino Leopardi[249] apre l’ultimo tratto della storia dell’Occidente, intesa come storia del nichilismo, ma anche come dialettica tra rimedio e dolore. Se con Eschilo e tutta la tradizione greca vengono fondati sia il senso essenziale del dolore, ossia il dolore prodotto dall’annientamento, sia il senso del rimedio, come fondazione di un sapere immutabile del Tutto per meglio sopportare il dolore, con Leopardi si ha sia un netto allontanamento da questa fondazione, poiché egli rileva la vacuità di tutti gli immutabili, ma anche una più aderente fedeltà al senso che la tradizione dà al dolore essenziale del divenire.
Ora, proprio perché con Leopardi la dialettica tra immutabili e divenire termina a favore di quest’ultimo, si dovrà chiarire prima di tutto cosa Leopardi intenda per divenire. Il primo riferimento si può intravedere nel Cantico del gallo silvestre. Per Leopardi «ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile»[250], quindi ogni essente transita nell’essere, ma velocemente viene annientato. Questo annientamento però non riguarda l’essente di volta in volta che soggiorna nell’essere, per Leopardi tutto l’universo «continuamente invecchia»[251]. E conclude dicendo: «Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi»[252].
In una annotazione a commento di questo brano Leopardi dice: «Questa è conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, l’esistenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine»[253].
Per «conclusione poetica» Leopardi intende conclusione «vaga», «indefinita», che non ha il rigore del ragionamento filosofico. Parlando invece filosoficamente Leopardi afferma che l’esistenza non è mai nata e non avrà mai fine. A questa determinazione dell’eternità dell’esistenza Leopardi accenna nello stesso brano quando parla del «silenzio nudo» e della «quiete altissima» che «empieranno lo spazio immenso». Questo silenzio e questa quiete «sono il silenzio e la quiete relativi ai suoni e ai moti di questo universo, giacché questo universo è stato preceduto e sarà seguito da infiniti altri universi»[254]. Per Leopardi l’«esistenza», che non è mai iniziata e mai finirà, è il divenire infinito della natura, quella natura che nel verso 292 della Ginestra chiama la «natura ognor verde». Questo divenire infinito si differenzia nettamente rispetto agli universi che, se pur ringiovaniscono a primavera, «continuamente invecchiano» sino a perire del tutto. La natura sempre verde invece non ha primavere, perché mai invecchia. Possiamo allora dire che «la “natura” è il circolo infinito dei circoli finiti in cui ogni universo o mondo consiste»[255].
Questa considerazione della natura leopardiana può essere rapportata al frammento 30 di Eraclito che dice «il cosmo [κόσμον], lo stesso per tutti, nessuno degli dèi lo fece né degli uomini, ma sempre era, ed è, e sarà fuoco semprevivo [πυ̃ρ α̉είζωον], che con misura si accende e con misura si spegne»[256]. Il cosmo di Eraclito inteso come «fuoco sempre vivo» è chiamato anche phýsis, la quale «φύσις κρύπτεσθαι φιλει̃[ama nascondersi]»[257]. La phýsis, la «natura», è l’esistenza del «fuoco sempre vivo» che non è mai incominciato e mai finirà, e che si accende e si spegne producendo e distruggendo mondo e cose, in un circolo infinito. Lo stesso circolo che abbiamo in precedenza visto nel frammento di Anassimandro.
Commenta Severino: «L’alternanza infinita di produzione e distruzione dei mondi – dell’accendersi e dello spegnersi del fuoco sempre vivo – è l’eterno sopraggiungere di nuovi mondi dopo la distruzione dei vecchi, l’infinito rinverdire della natura»[258]. Se pur Leopardi non conosce direttamente i frammenti di Eraclito, conosce bene la maggior parte degli antichi dossografi, sui quali ha lavorato Schleiermacher nella pubblicazione dei frammenti di Eraclito del 1807. Possiamo quindi dire con certezza che Leopardi conosceva il pensiero dei presocratici, e il suo concetto di «natura» certamente ha i tratti della phýsis arcaica, anticipando di mezzo secolo la riattualizzazione del pensiero greco antico compiuto da Nietzsche[259].
Si è detto che la «natura» eterna del divenire è il processo di produzione e di distruzione di universi finiti, intesi tutti, compreso il nostro, come circuito finito di produzione e distruzione. Del carattere fondamentale di questo universo ne parla Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese, in cui dice: «La vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento»[260]. Il circolo di produzione e distruzione è «perpetuo» non per sempre, ma sino a che «questo universo» che continuamente invecchia non perisce del tutto. Nel brano la Natura dice che il circuito di produzione e distruzione serve per la «conservazione del mondo», solo che per conservazione del mondo si intende il perpetuarsi del divenire che, come si è visto nei paragrafi precedenti, è all’origine del dolore dell’uomo, del suo «patimento». Per tutto l’Occidente infatti il divenire è inteso come «il processo in cui solo se c’è produzione di cose nuove c’è distruzione di quelle vecchie, e solo se c’è distruzione delle vecchie c’è produzione delle nuove»[261]. Ora, se per «perpetuo» divenire si intende il circuito di produzione e distruzione di «questo universo», allora il divenire è «perpetuo» sino a che, invecchiando, non perisca del tutto; se, invece, per divenire si intende il divenire della Natura stessa, allora il circuito in cui esso consiste è assolutamente «perpetuo», perché è «l’esistenza, che mai non è cominciata, [e che] non avrà mai fine».
Quando Leopardi parla dell’eternità del divenire ossia dell’eternità della natura, intesa come «perpetuo circolo di produzione e distruzione», parla della phýsis dei primi pensatori greci. Ora, Aristotele interpreta la phýsis dei primi pensatori greci come «materia [υ̉́λη]»[262], la quale è ciò che sempre si conserva, e che quindi sta a fondamento di qualsiasi «trasmutazione delle sue affezioni». Aristotele afferma che la υ̉́λη dei primi pensatori è la «φύσις α̉εὶ σωζομένης», la phýsis sempre salva. Ossia, sempre salva dal niente, a differenza delle determinazioni del mondo, che vengono tutte prodotte e distrutte. Ora, Leopardi nel brano Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco, rifacendosi al pensiero di Stratone, afferma concordemente con Aristotele: «Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno. Imperocché se dal vedere che le cose materiali crescono e diminuiscono e all'ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono per sé né ab eterno, ma incominciate e prodotte, per lo contrario quello che mai non cresce né scema e mai non perisce, si dovrà giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa alcuna»[263]. Se «le cose materiali», i composti che esistono nel divenire sono soggetti al circolo di produzione e distruzione; la materia non ha né inizio né fine, ossia è «eterna». La produzione e distruzione degli essenti, riguarda il loro essere dei composti, le loro «affezioni», ma il loro nocciolo (υ̉́λη) è «sempre salvo». Questo però non significa che gli essenti siano salvi, in quanto il divenire di essi attesta in modo certo che sono destinati alla distruzione, ossia «non sono per sé ab eterno»[264]. Il che significa affermare il loro uscire e ritornare nel nulla. Il mondo se pur composto di materia per sé «ab eterno», è destinato alla distruzione, come, al suo interno, ogni cosa vivente e non vivente è destinata ad essere prodotta e distrutta. In sintesi, sono prodotti e distrutti «infiniti mondi nello spazio infinito della eternità»[265], il quale spazio infinito è appunto la materia, quello «spazio immenso» nominato nel Cantico del gallo silvestre, che «un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno» quando l’esistenza del nostro universo «sarà spenta»[266].
L’affermazione della nullità di tutte le cose nel pensiero di Leopardi compare molto presto, già prima del 1820. Al termine del pensiero 72 dello Zibaldone Leopardi dice: «Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un vôto universale e in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi»[267]. L’affermazione è netta e non lascia dubbi: «Tutto è nulla», le «cose esistenti»[268], i modi d’essere, gli essenti nella loro totalità sono nulla.
Si osserva giustamente che le «cose esistenti» in quanto esistenti non possono essere nulla, altrimenti non sarebbero «esistenti». Il chiarimento del senso dell’affermazione «Tutto è nulla» e quindi anche le «cose esistenti» è dato da Leopardi sempre nel pensiero 72. Tra le «cose esistenti» che sono nulla vi è anche la disperazione e il dolore: «È vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà». Questo dolore certamente finché esiste non è nulla, ma dovendo diventare nulla, quando cioè quella cosa esistente diventerà nulla, sarà nulla; e la stessa cosa esistente che prima di essere è nulla, portandosi nell’esistenza, porta con sé il suo essere stato nulla. La cosa esistente diventando nulla, si identifica col nulla; quell’essente che in quanto essente “è”, diventando niente, è ni-ente. Dice in tal senso Severino: «Raramente il pensiero occidentale si porta in una trasparenza eguagliabile a questo passo di Leopardi. Si tratta della trasparenza del linguaggio che esprime ciò che per l’Occidente è l’evidenza suprema: l’esistenza del divenire, cioè dello scaturire dal nulla e del ritornarvi, da parte delle “cose esistenti”. Questa trasparenza estrema mostra la grandezza estrema del pensiero di Leopardi e, insieme, la fedeltà estrema di questo pensiero all’essenza dell’Occidente. Che le “cose esistenti” (“le cose che sono”) siano nulla è l’evidenza originaria, appunto perché è l’evidenza del divenire»[269]. Leopardi mostra quello che tutto l’Occidente pensa nel suo inconscio: nel divenire l’ente esce e ritorna nel nulla, ma se l’ente diventa nulla e il nulla diventa ente, allora l’ente è nulla.
Agli occhi di Leopardi e di tutto l’Occidente, di cui egli è per Severino il più coerente interprete, l’identità delle cose esistenti col nulla non è contraddizione. Nel pensiero 3784 Leopardi afferma che «le contraddizioni evidentissime e formalissime sono escluse dal ragionamento assoluto»[270]. In riferimento a ciò che Leopardi chiama «ragionamento assoluto» il pensiero 1341 dice «nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere»[271]. La «ragione assoluta» è appunto il «ragionamento assoluto» da cui le «contraddizioni evidentissime e formalissime sono escluse». Il testo dice quindi che non c’è una «ragione assoluta» in base a cui le «cose esistenti» non possono non essere, ossia essere nulla. Affermare che un essente può essere nulla non è una contraddizione. Concordemente con l’affermazione di Leopardi, Kant afferma che se «nego soggetto e predicato assieme, non nasce contraddizione, visto che non c’è più nulla con cui entrare in contraddizione»[272]. Se infatti dico che “il triangolo ha quattro lati”, dico certamente una contraddizione, perché è nel significato di triangolo quello di avere necessariamente tre lati, ma se nego l’esistenza del triangolo e dei suoi predicati, non produco una contraddizione, perché non vi è più la condizione (rapporto tra soggetto e predicato) per porre o meno la contraddizione. Eppure, affermare che l’esistenza di qualcosa può essere negata senza contraddizione, significa dire che una cosa che esiste può essere nulla senza nessuna contraddizione.
Ma è proprio questo ciò che Severino chiama la follia dell’Occidente; affermare cioè che un essente esce e ritorna nel nulla, significa affermare che l’essente, nel momento in cui esce dal nulla e ritorna nel nulla, è nulla. Affermare cioè l’identità del positivo col negativo (ente e ni-ente), l’identità degli assolutamente non identici. Leopardi, come tutto il pensiero occidentale, non vede la follia di questa identità, perché per lui il divenire annientante è la cosa più evidente che vi sia. «Leopardi riesce a pensare e a dire che, poiché le cose si annullano ed escono dal nulla, esse sono nulla. Riesce a raggiungere il pensiero essenziale dell’Occidente, il pensiero che sorregge l’intera storia della nostra civiltà e della nostra cultura. Ma proprio perché il pensiero di Leopardi appartiene all’Occidente, esso, portandosi verso quella linea più avanzata, non la oltrepassa (non può oltrepassarla), cioè non vede la follia essenziale dell’Occidente – e quindi non vede la propria follia essenziale –: non vede alcuna “contraddizione evidentissima e formalissima” nel pensiero che pensa che le “cose esistenti” sono nulla»[273].
Leopardi si porta quindi sul limite della follia dell’Occidente, senza però varcarlo. Egli schiude l’inconscio dell’Occidente, quello appunto che afferma la nullità delle cose. Non semplicemente perché le cose escono dal nulla e vi ritornano, ma perché la loro passata e futura identità col nulla svuota il presente, svuota la capacità dell’essente presente di resistere al nulla. Anche quando l’essente è, sin tanto che esso è, è nulla, perché è un nulla in esso la capacità di resistere stabilmente – eternamente – al nulla.
Nel pensiero 85 Leopardi dice: «tutto è nulla, solido nulla»[274]. Il «solido nulla» è appunto l’estrema potenza del nulla a cui l’essente non può resistere. Ed ancora, nel pensiero 1464 Leopardi dice chiaramente che «il primo principio delle cose è il nulla»[275]. Non solo di tutte le cose, ma di «Dio stesso»[276]. E questo perché «nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere o non essere in quel tal modo»[277]. Se adesso rapportiamo questo ragionamento all’eternità della materia, possiamo concludere che tutto è «solido nulla» perché l’«essere» dei «modi di essere» della materia non è «necessario», ossia è fondato sul nulla. «È vero che la materia delle cose preesiste ad esse ed è eterna, ma la materia è il “silenzio nudo” e la “quiete altissima” delle cose: in essa, le cose, in quanto “modi di essere” non hanno voce né vita: voce e vita delle cose vengono create dal nulla, dalle “forze” della materia»[278]. Queste «forze» non sono guidate da un modello preesistente, come invece si ha ad esempio nel demiurgo platonico, che produce il mondo guardando le idee eterne. Queste «forze», come le forze dionisiache di Nietzsche, non hanno né principio né scopo; esse sono il puro divenire della materia eterna, in cui eternamente circola il processo di produzione e distruzione di tutte le cose e di tutti gli universi.
Leopardi concordemente al pensiero greco più antico afferma l’eternità della materia, ma allo stesso modo altera il significato essenziale che questo pensiero dà al divenire. Come si è visto nei paragrafi precedenti, Eschilo afferma certamente che il divenire è il processo annientante di tutte le cose, ma afferma anche che tale processo non è casuale ma guidato dalle tre grandi potenze del Tutto: Dike, Ananke e Moira. L’eterno divenire annientante di tutte le cose ha quindi una sua Giustizia, una sua Necessità e un suo Destino. Invece, Leopardi, e dopo di lui Nietzsche e Heidegger, afferma che il divenire delle forze della materia non ha né principio né scopo, è «l’innocente» divenire del tutto «senza perché». Quando Leopardi dice che «il primo principio delle cose è il nulla» equivale a dire che «un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, né mai fu, o, se esiste o esisté non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi né potendo avere il menomo dato per giudicare delle cose avanti le cose, e conoscerle al di là del puro fatto reale»[279]. Il «puro fatto reale» non può dirci nulla su un possibile principio ad esso preesistente, il suo provenire dal nulla impedisce che si porti con sé qualcosa di preesistente, e il suo «naufragar» nel nulla non può indicare uno scopo ultimo del divenire.

Note
[249] Per uno studio del pensiero filosofico di Leopardi anche oltre l’interpretazione di Severino cfr.: P. Girolami, L' antiteodicea: Dio, dei, religione nello Zibaldone di Giacomo Leopardi, ed. L. S. Olschki, Firenze 1995; C. Galimberti, Cose che non son cose : saggi su Leopardi, ed. Marsilio, Venezia 2001; G. Casoli, Dio in Leopardi: ateismo o nostalgia del divino?, ed. Città Nuova, Roma 1985; M. C. Naddei, L' eterno e il tempo in Giacomo Leopardi poeta filosofo, ed. Libreria scientifica editrice, Napoli 1973; F. Nietzsche, Intorno a Leopardi, ed. Il melangolo, Genova 1992; A. Caracciolo, Leopardi e il nichilismo, cit.; A. Folin, Leopardi e l'imperfetto nulla, ed. Marsilio, Venezia 2001; C. Ferrucci, Leopardi filosofo e le ragioni della poesia, ed. Marsilio, Venezia 1987.
[250] G. Leopardi, Operette morali, ed. Garzanti, Milano 1984, p. 243.
[251] Ibidem, p. 244.
[252] Ibidem.
[253] G. Leopardi, Opere, ed. Ricciardi Editori, Milano-Napoli 1956, vol. I, pp. 677-78.
[254] E. Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, ed. Rizzoli, Milano 1990, p. 31.
[255] Ibidem. Cfr. per questo tema A. Negri, Interminati spazi ed eterno ritorno: Nietzsche e Leopardi, ed. Le lettere, Firenze 1994.
[256] E. Severino, Il nulla e la poesia…, cit., p. 31.
[257] Eraclito fr. 123.
[258] E. Severino, Il nulla e la poesia…, cit., p. 31.
[259] Nietzsche conosce l’opera di Leopardi, ma non scorge la grande portata filosofica del suo pensiero. Egli vede in Leopardi un grande filologo e un grande prosatore, ma non il pensatore che per primo e in modo esplicito ha scorto il senso del nichilismo. Cfr.: F. Nietzsche, Intorno a Leopardi, cit., p. 51: «Leopardi è l’ideale moderno di filologo»; ed anche p. 61: «Il più grande prosatore del secolo, Leopardi».
[260] G. Leopardi, Operette morali, cit., p. 129.
[261] E. Severino, Il nulla e la poesia…, cit., p. 33.
[262] Aristotele, Metafisica 983 b 6-15, ed. Bompiani, Milano 2000, pp. 15-17: «La maggior parte di coloro che per primi filosofarono pensarono i princìpi di tutte le cose fossero solo quelli materiali [υ̉́λης]. Infatti essi affermano che ciò di cui tutti gli esseri sono costituiti e ciò da cui derivano originariamente e in cui si risolvono da ultimo, è elemento ed è principio degli esseri, in quanto è una realtà che permane identica pur nel trasmutarsi delle sue affezioni. E, per questa ragione, essi credono che nulla si generi e che nulla si distrugga, dal momento che una tale realtà si conserva sempre».
[263] Leopardi, Operette morali, cit., p. 248.
[264] Ibidem.
[265] Ibidem, p. 249.
[266] Ibidem, p. 244.
[267] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, ed. Mondatori, Milano 1990, vol. I, p. 71.
[268] Ibidem, vol. II, p. 830.
[269] E. Severino, Il nulla e la poesia…, cit., pp. 38-39.
[270] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., vol. II, p. 988.
[271] Ibidem, vol. I, p. 484.
[272] I. Kant, Critica della ragion pura, ed. TEA, Milano 2000, p. 444.
[273] E. Severino, Il nulla e la poesia…, cit., p. 41.
[274] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit., vol. I, p. 79.
[275] Ibidem, vol. II, p. 529.
[276] Ibidem, vol. I, p. 484.
[277] Ibidem.
[278] E. Severino, Il nulla e la poesia…, cit., p. 42.
[279] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri…, cit., vol. I, p. 484.

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