Mostre di giugno 2017

Stupirà i nostri lettori la ricchezza delle proposte di giugno, una ricchezza di proposte che spaziano sulle più diverse espressioni artistiche: archeologia, orientalismo, pittura antica e contemporanea, scienza e costume.
Autore:
Roda, Anna
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Le proposte cominciano da Torino con ben quattro mostre.
Presso il MAO Museo d’Arte Orientale troviamo due rassegne. La prima è intitolata Dall’antica alla nuova Via della Seta, e vuole ripercorrere la storia millenaria dei rapporti tra l’Oriente e l’Europa. Un viaggio lungo rotte carovaniere, marittime e spirituali, un punto di riferimento per le interconnessioni tra Occidente e Oriente, una vasta e antica rete di scambi da sempre proiettata verso il futuro, una sinfonia di civiltà dove far prevalere lo spirito di dialogo e di collaborazione: è la Via della Seta. Mercanti, ambasciatori, monaci, esploratori, avventurieri e missionari di varie fedi, provenienti dai luoghi più disparati, si incontravano lungo le strade confrontando senza sosta usanze, pratiche e fedi religiose. Il Cammelliere su cammello battriano (VI-VII secolo) e lo Straniero dal volto velato (VII-VIII secolo), piccoli capolavori dell’arte funeraria cinese, la Mattonella con giocatori di polo (1256-1335), dipinta a lustro e blu cobalto, una importante e rara manifestazione artistica dell’Iran durante il dominio degli Ilkhanidi di origine mongola, la Descrizione illustrata del mondo di P. Ferdinand Verbiest (1674), un lavoro monumentale che rappresenta la sintesi più avanzata delle conoscenze geografiche dell’epoca, sono solo alcuni degli importanti oggetti presenti in mostra. L’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dei rapporti con la Cina: si tramanda che già Marco Aurelio, nel 166 d.C., invia un’ambasceria alla corte del Figlio del Cielo permettendo ai due imperi più grandi e longevi della storia di entrare in contatto; Marco Polo, nel Duecento, celebra lo splendore della Cina ne Il Milione, contribuendo a migliorare le conoscenze di popoli e mondi ancora poco noti in Occidente; il gesuita Matteo Ricci, accolto nel 1601 nella Città proibita come ambasciatore d’Europa, è ammesso dall’imperatore Wanli nella cerchia ristrettissima dei Mandarini e gli è concesso di fondare una chiesa a Pechino; Martino Martini, durante la sua lunga permanenza in Cina, redige il Novus Atlas Sinensis, primo atlante moderno della Cina che verrà pubblicato in Europa nel 1655.

La seconda mostra si intitola Giade cinesi. L’arte rivelata dalla scienza, e vede raccolte ed esposte per la prima volta 14 giade cinesi che si collocano stilisticamente in un arco cronologico che va dal Neolitico al XVI secolo. Finora questi manufatti non erano entrati a far parte del percorso espositivo a causa di seri dubbi di autenticità - la giada è uno dei materiali più difficili da datare e autenticare - e anche per questo motivo i falsi abbondano sul mercato. Per gli antichi Cinesi il corrispettivo termine yu indicava genericamente una pietra di rara bellezza e dal particolare splendore: i manufatti erano spesso realizzati in altri minerali semi-preziosi, magari meno duri e compatti della vera giada. L’ideogramma yu è composto dal carattere wang, “re”, con un puntino aggiunto: un’insegna regale, che denota qualità come bellezza, virtù, onore e purezza. Le caratteristiche visive e tattili della giada ne hanno da sempre fatto un perfetto talismano, carico di supposte proprietà magiche, curative, protettive. Nelle culture più antiche questo materiale, indice di status sociale, aveva un significato particolare in ambito funerario come segno di incorruttibilità e longevità. Si aggiunga che di certo la difficoltà di lavorazione della giada ha contribuito a rafforzarne la preziosità, il senso di ammirazione e l’aura di sacralità.

Spostiamoci ora alla Fondazione Accorsi Ometto per la mostra Dal Futurismo al ritorno all’ordine. Pittura italiana del decennio cruciale 1910-1920.
L’esposizione presenta 72 opere che ci aiutano a ripercorrere il clima culturale italiano che segna la nascita dell’arte moderna ed esamina le nuove tendenze artistiche del decennio 1910-1920, dando seguito all’indagine sui fenomeni pittorici italiani del secolo XX. La mostra prende idealmente l’avvio dal 1910 (anno emblematico segnato dall’uscita del Manifesto dei pittori futuristi e del Manifesto tecnico della pittura futurista), con opere degli autori del Futurismo storico: Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni (Case in costruzione 1910, L’antigrazoso 1912-13), Giacomo Balla (Figure+Paesaggio 1914 e Linee forza di un paesaggio+Giardino 1918, Carlo Carrà (Guerra navale sull’Adratico 1914-1915 e Lacerba e bottiglia 1914) ed altri importanti protagonisti della stagione futurista. Il percorso prosegue con la seconda sezione dedicata ai simbolismi che registrano una persistenza stilistica dal decennio precedente, ora rinnovati in chiave espressionista, di intonazione popolare. La sezione illustra inoltre i secessionismi che coinvolgono i linguaggi artistici giovanili italiani, segnali di un’avanguardia moderata che guardava all’arte coeva d’oltralpe: dai testimoni di Ca’ Pesaro ai partecipanti alle Secessioni romane, agli animatori della Secessioni bolognesi fino i movimenti giovanili napoletani degli anni a ridosso della Grande Guerra. Un altro significativo segmento della rassegna è dedicato al primitivismo, tendenza volta al recupero del primordio inteso come azzeramento delle stratificazioni culturali per ritrovare la semplicità e il candore di espressioni popolari, ingenue, ispirate anche ai trecentisti e quattrocentisti italiani, Giotto e Paolo Uccello innanzi a tutti. Il periodo segnato dalla Grande Guerra (1914-1918) dava corpo con maggiore incisività alla crisi delle avanguardie e tracciava il cammino verso il recupero delle forme e del cosiddetto Ritorno all’ordine, fenomeno di portata europea, qui illustrato nella terza e ultima sezione della rassegna. La Metafisica, “l’altra faccia della modernità”, che perseguiva in comune con le avanguardie la rivoluzione dei contenuti ma non quella delle forme, è illustrata in mostra da opere di Giorgio de Chirico (Composizione con biscotti e mostrine 1916), di Carlo Carrà (Le due sorelle 1917), Filippo de Pisis (Natura morta 1920), accostate a saggi della metafisica eterodossa, rappresentata da Mario Sironi e Achille Funi, per approdare alla poetica di “Valori Plastici”, che dal 1918 diffondeva il principio della supremazia culturale e artistica italiana. Nel 1919, con la fine di secessionismi, simbolismi e primitivismi, si avviava una tendenza corale al recupero della classicità in ottica moderna, svolta cioè secondo stili e linguaggi aggiornati, rappresentati da saggi pittorici di Casorati (Le maschere 1921), Soffici (Mele e calice di vino 1919 e Pera e bicchiere di vino 1920), Sironi (Macchina e tram 1919), Rosai (Donne alla fonte 1922), de Chirico (Cocomeri e corazza 1922), Severini (Studio per maternità 1920), Funi (La sorella Margherita con brocca di coccio 1920), Guidi (Figura di donna 1919), De Grada (San Gimignano visto da sud 1922), caratterizzati dai principi di sintesi, costruzione e plasticità, e incamminati con differenti declinazioni verso la successiva temperie del Novecento Italiano degli anni venti.
 
L’ultima rassegna è davvero un unicum. Presso la Promotrice delle Belle Arti potremo ammirare pezzi autentici del Titanic. Pezzi autentici della nave, oggetti originali di proprietà dei passeggeri, la ricostruzione in scala reale di una cabina di prima classe ed una di terza classe, il celebre ponte principale, reperti e filmati dell’epoca. Oggi quegli oggetti compongono l’essenza di una mostra itinerante che ha commosso e continua a commuovere tutto il mondo. Uno straordinario successo che ha già affascinato oltre 25 milioni di visitatori e che per la primissima volta in assoluto arriva in Italia. Si sentirà il rombo delle caldaie della nave e una parete reale di ghiaccio farà comprendere le condizioni di freddo delle prime ore del mattino del 15 aprile 1912. Le audioguide racconteranno la collisione con l’iceberg e l’affondamento della nave “inaffondabile”. Il percorso museale terminerà con il memorial wall e l’elenco di tutti i passeggeri, tra persi e salvati, nel viaggio del Titanic.

Ora ci spostiamo a Milano per presentare ben quattro mostre.
In previsione della ricorrenza del quinto centenario della morte di Leonardo da Vinci (1519 - 2019) Milano dedica all’Ultima Cena una mostra dal titolo Archeologia del Cenacolo.
La mostra si propone di indagare la fortuna iconografica del Cenacolo di Leonardo attraverso le copie create dall’indomani della sua realizzazione e incrementate con l’utilizzo di tecniche di riproduzione seriale, con l’incisione e con la fotografia. Si ricostruisce, quindi, la genesi del “mito” del Cenacolo di Leonardo, opera circondata da subito da un’enorme fortuna iconografica: già dai primi del Cinquecento dipinti di grandi e piccole dimensioni replicano il grande originale, che diventa oggetto di una riproduzione quasi seriale attraverso la stampa. Il proliferare di repliche più o meno fedeli all’originale determina l’ampissima diffusione dell’immagine, testimoniata sia da stampe popolari a grande diffusione, sia da grafiche d’arte dal tratto più raffinato. Ma dalla fine del Settecento l’incisione diviene anche un mezzo per ricostruire il dipinto di Leonardo, ormai illeggibile a causa dei guasti del tempo e degli interventi di ridipintura, come dimostra la celebratissima acquaforte di Raffaello Morghen, esposta insieme al disegno preparatorio e alla lastra di rame originale. Nell’Ottocento, se l’invenzione della fotografia provoca la messa in discussione del primato dell’incisione come unico mezzo di riproduzione, è comunque oggettivo che per diversi decenni le due tecniche convivano, fino a quando, nel Novecento, la fotografia sarà lo strumento esclusivo chiamato a testimoniare lo stato di salute del dipinto e i restauri moderni. 
A testimonianza di una capillare diffusione del capolavoro leonardesco, la rassegna comprende anche una serie di cartoline e santini.

La Galleria Manzoni, specializzata in rassegne sulla pittura dell’Ottocento, presenta la mostra ORIENTALISMO. In viaggio dall’Egitto a Costantinopoli. L’esposizione documenta, attraverso 30 capolavori di autori quali Alberto Pasini, Gerolamo Induno, Domenico Morelli, Pompeo Mariani, Fausto Zonaro e altri, le suggestioni suscitate dall’Oriente sulla pittura italiana dell’Ottocento. Nato in Francia agli inizi del XVIII secolo, a seguito della traduzione delle Mille e una notte, l’interesse rivolto a tutto ciò che era orientale si diffuse ben presto per tutta l’Europa. La rassegna, suddivisa in quattro sezioni, propone paesaggi e scene di genere di quei pittori, quali Alberto Pasini e Fausto Zonaro, che intrapresero lunghi viaggi in terre lontane, ma anche soggetti d’invenzione realizzati da artisti, tra cui Gerolamo Induno e Domenico Morelli, che non vi si erano mai recati e che l’Oriente l’avevano soltanto immaginato. Fondamentale fu in questo senso l’apporto della letteratura e della musica del tempo, come nel caso di Giuseppe Verdi, la cui Aida – eseguita per la prima in Egitto nel 1871 – contribuì fortemente al recupero di atmosfere orientali nelle arti visive. La prima sezione analizza il soggetto della donna in costumi orientali, segue un importante corpus di lavori di Alberto Pasini (Busseto 1826 – Cavoretto 1899) che attesta la sua attività di artista in viaggio, sempre attento alle novità della pittura a lui contemporanea. Le prime esperienze orientali di Pasini risalgono alla metà degli anni cinquanta dell’Ottocento. La terza sezione, Cartoline da Costantinopoli, si focalizzerà su una delle città predilette dagli orientalisti italiani. La mostra si chiude con L’Oriente mistico. Al di là dei soggetti di genere o dei ritratti di sensuali odalische, l’immaginario figurativo orientalista si ritrova anche in grandi scene bibliche rivolte a un pubblico più colto o alle commissioni ecclesiastiche.

A Palazzo Reale troviamo una interessante dedicata a Manet e alle trasformazioni della Parigi ottocentesca. Con l’avvio folgorante della modernità, nel pieno di una febbrile urbanizzazione, l’arte cambiava volto, registro, direzione. Consapevolezza di sé e del contesto sociale. L’Europa di metà Ottocento affrontava la meraviglia e lo sconcerto di un rinnovamento profondo, tra il piano della tecnologia, dell’estetica, di costumi: l’avvento della fotografia, la comunicazione di massa, il miracolo del cinema e lo spettacolo alieno delle città convulse, elettriche, mutanti, internazionali. Parigi in cima. Édouard Manet (Parigi, 1832-1883) fu uno di quegli artisti simbolo della grande stagione moderna, francese ed europea. E lo fu anticipando i temi dell’Impressionismo, comprendendo le conseguenze di una nuova idea di visione, rifiutando l’impostazione classica e accademica. Da qui ripensò lo spazio della pittura, la natura dei soggetti, l’idea di prospettiva e la funzione del colore, nell’autenticità e nell’irriverenza di tele potenti, colte, radicali.
Alle Gallerie Maspes di Milano una mostra rende omaggio a Daniele Ranzoni(1843-1889), uno dei maggiori esponenti della Scapigliatura. L’esposizione presenta 10 tra i suoi più celebri capolavori, provenienti da collezioni private, in grado di ripercorrere alcuni dei temi più caratteristici della sua cifra stilistica. Daniele Ranzoni, al pari dell’amico Tranquillo Cremona, si rese protagonista di una straordinaria stagione artistica, tutta milanese, idealmente iniziata con il Piccio e proseguita con Luigi Conconi e Virgilio Ripari, e fautrice di un linguaggio pittorico innovativo, svincolato dai modelli accademici, capace di esprimere i cambiamenti sociali e culturali dell’epoca, attraverso una stesura vaporosa, fatta di pennellate sfatte. Il percorso espositivo prende avvio dal periodo di adesione alla Scapigliatura per passare a quello trascorso in Inghilterra, dove si trasferì tra il 1877 e il 1879, per divenire il pittore della nobiltà terriera e soprattutto della nuova, facoltosa ed elegante borghesia. Abbiamo poi una sezione dedicata alla ritrattistica, uno dei campi in cui Daniele Ranzoni ha dimostrato eccelse doti pittoriche.

Andiamo ora a Monza. Presso la prestigiosa sede della Villa Reale troviamo la mostra Da Monet a Bacon. Capolavori della Johannesburg Art Gallery. La rassegna, allestita negli Appartamenti Principe di Napoli e Duchessa di Genova, presenta 60 opere, tra olii, acquerelli e grafiche, provenienti dalla prestigiosa pinacoteca sudafricana, in grado di ripercorrere ben oltre un secolo di storia dell’arte internazionale, dalla metà del XIX secolo fino al secondo Novecento, attraverso i suoi maggiori interpreti, da Courbet a Corot, da Monet a Degas, da Rossetti a Millais, da Picasso a Bacon, da Lichtenstein a Warhol a molti altri. Il racconto prende idealmente avvio dall’Ottocento inglese e da due opere di William Turner e prosegue con il dipinto di Lawrence Alma-Tadema, continua con un’ampia sezione dedicata agli esiti della pittura di fine Ottocento e si apre con quei pittori che scelsero un nuovo approccio al vero in pittura, quali Jean-Baptiste Camille Corot, qui con un piccolo Paesaggio, Gustave Courbet con lo scorcio della scogliera normanna di Étretat e Jean-François Millet. Il percorso prosegue con alcuni protagonisti della scena post-impressionista: Paul Cézanne (I Bagnanti), Vincent Van Gogh(Ritratto di un uomo anziano), Pierre Bonnard, Edouard Vuillard. Varcando la soglia del Novecento, s’incontrano le opere di due dei maestri più celebrati del secolo: Henri Matisse e Pablo Picasso che aprono alle nuove istanze dell’arte contemporanea, con Amedeo Modigliani, Albert Gleizes e altri. Non mancano esponenti della seconda metà del secolo: i britannici Francis Bacon e Henry Moore, e i due protagonisti della pop art americana Robert Lichtenstein e Andy Warhol, di cui si presenta il trittico dedicato a Joseph Beuys. Chiude idealmente la mostra, la sezione che indaga l’arte sviluppata in Sudafrica nel Novecento.

Spostiamoci a Brescia. Presso il palazzo Martinengo troviamo la mostra Da Hayez a Boldini. Anime e volti della pittura italiana dell’Ottocento, rassegna che racconta la straordinaria stagione che l’Italia visse nel corso del XIX secolo, illustrando le correnti e i movimenti pittorici che vi fiorirono, rendendo il panorama creativo nazionale uno dei più dinamici a livello europeo.
Il percorso espositivo si apre con Amore e Psiche, capolavoro di Antonio Canova, che incarna i canoni dell’estetica neoclassica. Quindi, la sezione dedicata al romanticismo vedrà come assoluto protagonista Francesco Hayez di cui verrà presentata la Maria Stuarda sale al patibolo, Accanto ad altre opere di Hayez saranno esposti dipinti dei principali autori romantici quali il Piccio, la cui pittura anticipò gli esiti dei maestri della Scapigliatura alla quale sarà dedicata la terza sala, dove spiccheranno le tele di Tranquillo Cremona. Mentre a Milano si affermavano gli scapigliati, a Firenze, negli stessi anni, si faceva largo un gruppo di giovani e agguerriti artisti che, per reagire alla stanca pittura insegnata nelle accademie, diede vita al movimento dei macchiaioli capitanato da Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini, qui presenti con alcune delle loro opere più famose. Aggiornati sulle novità dell’impressionismo francese i divisionisti elaborarono, invece, un’innovativa tecnica pittorica caratterizzata da intrecci di brevi pennellate cariche di colore, che trova la massima espressione nelle tele cariche di significati simbolici di Segantini, Pellizza da Volpedo e Morbelli. La mostra si chiude con la rievocazione del clima culturale parigino della Belle Époque, dove vissero e lavorarono maestri quali Zandomeneghi, De Nittis e Boldini.

Chi è Basiletti? La mostra allestita a Montichiari (Bs) darà modo ai più curiosi di scoprire questo pittore sconosciuto al grande pubblico. Appassionato viaggiatore, (compì un viaggio di formazione della durata di sei anni tra Firenze e Napoli), Basiletti (1780-1859) si guadagnò anzitempo la stima di Canova e Thorvaldsen diventando in breve tempo uno dei personaggi più contesi dai circoli culturali e dalle famiglie nobili per le sue qualità intellettuali. I luoghi che egli rievocò sulla tela sono quelli resi famosi dai diari di viaggio di Goethe, Stendhal, Lady Morgan, riscoperti con una visione personale. Si segnalano anche “La campagna di Mompiano”, “Le cascate delle Marmore presso Terni”, “La campagna di Roma” e soprattutto “La veduta della Franciacorta da Villa Ducco” che viene considerata il capodopera del pittore bresciano

Il nostro itinerario ci porta ora a Padova per la rassegna “Estinzioni. Storie di animali minacciati dall’uomo”, , una singolare mostra che coniuga arte e installazioni con il tema scientifico della scomparsa di alcuni animali. Si tratta certamente di un modo diverso per scoprire gli animali, scrutandoli discretamente nel silenzio della sera. La mostra mette insieme le sculture dell’artista Stefano Bombardieri, autore del ciclo “The Faunal Countdown”, con modelli realizzati ad hoc e animali tassidermizzati provenienti dal Museo di Zoologia e di Veterinaria dell’Università di Padova, dalle collezioni di specie protette del Museo Cappeller e del Museo di Storia Naturale di Bassano del Grappa. Un racconto che vede al centro 34 animali collocati nel loro ambiente naturale, dalla foresta tropicale alla savana, dal bosco dei climi temperati alle aiuole del Mediterraneo fino ai deserti africani e del Centro America, che debbono, loro malgrado, temere l’uomo e le sue minacce. Tutti a grandezza naturale, tutti bellissimi, fieri e tutti a rischio di estinzione. 

Sempre Veneto, ma questa volta a Conegliano (Tv), presso la sede espositiva di Palazzo Sarcinelli
una mostra dedicata ai Bellini. Si tratta di un avvincente percorso tematico in cui il pubblico può confrontarsi con alcuni temi pregnanti dell’iconografia belliniana in opere del maestro e dei suoi allievi. Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell’atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale? La mostra prende le mosse proprio da queste domande per tracciare una sorta di mappa (ipotetica e virtuale, ma supportata da una eletta serie di dipinti) del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d’uomini e di capolavori. Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, i differenti atteggiamenti del Bambinello; ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine. C’è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell’estasi muta e pensosa, quell’essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un’attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci. Quindi la ‘svolta’ atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare. 

Nel centenario della morte del pittore Egisto Lancerotto (1847-1916), è stata organizzata, nella splendida cornice di Villa Pisani a Stra (Ve) la mostra Lancerotto. Il ritorno di un protagonista, prima esposizione interamente dedicata a questo pittore veneto attivo tra Ottocento e Novecento. In mostra troviamo 34 quadri che ripropongono il percorso artistico di Lancerotto, dal realismo paesaggistico al simbolismo delle ultime produzioni.

Presso Palazzo Roverella a Rovigo una mostra fotografica riunisce oltre 100 scatti di Pietro Donzelli (1915-1998), dal titolo Pietro Donzelli. Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta, si tratta di stampe vintage e moderne che raccontano con l’intensità del bianco e nero il Delta del Po negli anni Cinquanta. Pietro Donzelli, milanese di nascita ma polesano d’adozione, arriva per la prima volta nel Polesine nell’aprile del ‘45, innamorandosene da subito. Ci torna nel 1953 per realizzare la serie di fotografie Terra senz’ombra, capolavoro della fotografia neorealista e documento prezioso e memorabile della storia del territorio. Fotografa il Po di Levante, il Po di Volano, Adria, Goro, Rosolina, Mesola, Scardovari, l’isola di Ariano. Ambienti meravigliosi e drammatici, abitati da gente che vive tra terra e acqua, costretta a misurarsi con la forza di una natura spesso ostile, di cui egli restituisce un ritratto di grande dignità. Donzelli riesce, come pochi altri, ad entrare nell’anima della gente e della terra, restituendone una visione precisa, senza sconti, distaccata e profondamente partecipe. L’obiettivo di Donzelli si ferma su una festa di paese, il cinema all’aperto, le venditrici ambulanti, gli artigiani all’opera, il mondo dei pescatori e degli specchi d’acqua riflessi. Uomini, donne, vecchi e bambini colti nelle espressioni più spontanee, più vere. Una terra dura, che tuttavia lo conquista: “Senza volerlo – egli annota – l’avevo scelta come patria ideale, come protezione dalla minaccia di sentirmi per sempre un apolide”.

Arriviamo ora in Liguria, a Genova per la mostra La Grande Peste. Genova 1656-1657. Preservata dalla precedente peste, quella del 1630, comunemente conosciuta come la peste del Manzoni dei Promessi Sposi, Genova, 26-27 anni dopo, fu colpita, decimata e quasi distrutta, da quella micidiale del 1656-1657. Le testimonianze e le memorie scritte del periodo, le politiche attivate dalla Repubblica di Genova per contenere il contagio e salvare la popolazione inerme, le tragiche rappresentazioni iconografiche con le quali gli artisti dell’epoca hanno voluto raffigurare lo scenario di morte e sofferenza, i rimedi farmacologici, igienici, di profilassi e salutari, saranno i temi portanti dell’evento. Particolare attenzione sarà rivolta alla ricostruzione, sia documentaria che raffigurativa, di ciò che i Cappuccini fecero in tempo di peste a Genova: i loro rimedi per purificare gli ambienti insani, i cosiddetti profumi, furono veri e propri sistemi di disinfestazione, i loro “rimedi dell’anima”, la consolazione e l’ascolto degli appestati nei diversi Lazzaretti della Città, furono in molti casi le uniche cure per le sofferenze dell’anima. Attraverso l’esposizione di quadri, documenti, libri ed oggetti, l’esposizione indagherà le cause – di ordine igienico e determinate dai traffici intensi che la Repubblica intratteneva con le diverse parti dell’Orbe terrestre -, e gli effetti – demografici in primo luogo ma anche di ordine pubblico - di ciò che il flagello della peste ha significato per Genova nei due anni terribili, mettendo in risalto anche le speranze e la fiducia che i Genovesi riponevano nell’aiuto umile e caro dei Cappuccini.

Siamo a La Spezia per la rassegna L’elogio della Bellezza, presso il Museo Lia. Vent’anni fa, dall’incontro tra il collezionista, Amedeo Lia (1931-2012) e l’amministrazione comunale, nasceva così il Museo Civico “Amedeo Lia” e questa ricorrenza diventa occasione per ricordare- attraverso un elogio alla Bellezza – una grande storia e un grande protagonista. In questo ventennale, la città della Spezia ha scelto di onorare la memoria di Amedeo Lia facendo convergere nel magnifico Museo a lui dedicato venti capolavori aggiuntivi, uno per ogni anno del ventennale, ognuno di essi offerto per questo “omaggio collettivo” da un diverso museo che con il Museo Lia ha avuto rapporti scientifici e di scambio. I 20 sono capolavori scelti sulla base della qualità, ovviamente, ma anche sulla base della loro “assonanza” con le opere patrimonio del Lia. Ospiti di qualità, dunque, e “di famiglia”. Dosso Dossi, Neri di Bicci, Giovanni da Modena, Annibale Carracci, El Greco, Bramantino, Chardin, Panfilo Nuvolone, Matteo Civitali, Jacopo Bassano, Beato Angelico, Gian Lorenzo Bernini, Giulio Cesare Procaccini, Bergognone, Pontormo, Guercino, Ludovico Carracci sono alcuni dei nomi degli artisti, le cui opere sono ospitate in questa imperdibile rassegna
A ricevere questi illustri ospiti, ci sono le circa 1000 opere di grande varietà, dall’epoca classica, al tardo antico, al Medioevo e per finire al XVIII secolo, che compongono la Collezione Lia. Si tratta di dipinti, miniature, sculture in bronzo, rame, avorio, legno, vetri, maioliche, oggetti d’arte che documentano il gusto e la cultura dell’arte in Italia e in Europa. Nella collezione i cosiddetti “primitivi” sono una vera gemma, con oltre settanta tavole di Pietro Lorenzetti, Bernardo Daddi, Lippo Memmi, Lippo di Benivieni, Lorenzo di Bicci, Barnaba da Modena, Paolo di Giovanni Fei, il Sassetta; inoltre molte tempere e tele fra cui Vincenzo Foppa, Antonio Vivarini, il Bergognone, un probabile Raffaello giovane, Pontormo, Tiziano, Tintoretto, Sebastiano del Piombo, Giovanni Cariani, Gentile e Giovanni Bellini, Bernardo Bellotto, Canaletto.
Le nostre proposte ci portano ora in Emilia-Romagna. Cominciamo da Carpi (Mo). Presso i Musei di Palazzo dei Pio troviamo la mostra Alla corte del Re di Francia che indaga lo stretto rapporto, non solo politico, che, agli inizi del Cinquecento, s’instaurò tra Alberto Pio, signore di Carpi e i re francesi Luigi XII e Francesco I. L’esposizione oltre a ricostruire, attraverso documenti e lettere, la vicenda storica e politica intercorsa tra le due corti, presenta una serie di quaranta tra dipinti, disegni, sculture, boiserie e molto altro, in grado di dare conto degli apporti culturali e artistici che artisti quali Riccardo da Carpi, Francesco Donella, i Cibelli e le maestranze carpigiane seppero portare ai cantieri della cattedrale fortezza di Albi e dei castelli di Fontainebleau e Gaillon e allo sviluppo del Rinascimento francese. Il percorso espositivo che si compone per capitoli narrativi tra di loro autonomi, inizia con una galleria di ritratti dei principali protagonisti di questa vicenda. Dipinti, medaglie, preziose scatole in cuoio, provenienti dai Musei civici di Pavia, dal Louvre e dal Musée di Ecouen riconsegnano ai visitatori le sembianze di Alberto Pio, di Luigi XII e della moglie Anna di Bretagna, di Francesco I e di Charles II d’Amboise che, durante il dominio francese in nord Italia, invitò Leonardo da Vinci a Milano. Quindi si analizza il viaggio delle maestranze e degli artisti carpigiani che, tra 1505 e 1508, partirono alla volta della Francia, al seguito di Alberto Pio. Si tratta, in particolare, di un intagliatore, Riccardo da Carpi, che realizza nel castello di Gaillon (Bassa Normandia) le boiserie della cappella alta e di un’equipe di pittori guidati da Francesco Donella “de Carpo” che decorano la cattedrale di Santa Cecilia ad Albi, nel sud ovest della Francia, con uno spettacolare ciclo di affreschi. L’esposizione si chiude con la sezione che ripercorre gli anni successivi al 1527 quando, Alberto Pio perduta Carpi, passata agli Estensi, a causa della sconfitta dei suoi alleati francesi nella battaglia di Pavia, fuggì in Francia, ospite del re Francesco I.

Arriviamo ora a Bologna, presso Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni che ospita la mostra Costruire il Novecento. Capolavori della Collezione Giovanardi. Per la prima volta a Bologna, nella sua interezza, si può ammirare una delle collezioni più importanti del Novecento italiano, composta da novanta opere realizzate dai migliori artisti italiani attivi tra le due guerre mondiali. La mostra è composta da tre sezioni principali: la prima dedicata ai dipinti di Morandi e Licini e al loro rapporto controverso, la seconda racchiude rilevanti dipinti di Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Massimo Campigli e Mario Sironi che raccontano come il rapporto tra pittura ed architettura abbia avuto un ruolo centrale nell’arte italiana tra le due guerre. Infine la terza sezione presenta numerosi protagonisti dell’arte italiana: Mario Mafai, Ottone Rosai, Arturo Tosi, Pio Semeghini. La raccolta di Augusto e Francesca Giovanardi è tra le collezioni più ricche e qualitativamente rilevanti nell’ambito dell’arte del Novecento italiano, frutto di trent’anni di ricerca e di un’attenta scelta e della raffinata sensibilità dei due collezionisti verso le opere degli artisti che tanto amavano.

Il nostro percorso ci porta ora a Forlì per una grande rassegna dedicata all’Art déco o arts déco, espressione francese (abbreviazione di arts décoratifs) usata per indicare uno stile affermatosi negli anni Venti del Novecento in tutto il campo delle arti applicate (dalla grafica all’arredamento), detto anche “stile 1925” o “stile anni Venti”, fu una forma d’arte colma di vita energica, eclettica, moderna ed internazionale. Art Déco trasse il nome e la consacrazione dalla grande Esposizione internazionale del 1925 a Parigi, dedicata, alle “ arti applicate e industriali moderne”. Per quanto concerne la grafica e le sue applicazioni, lo stile è caratterizzato dalla predilezione per la linea circonvoluta ma secca, per gli andamenti spezzati e angolosi, per i florealismi tendenti alla simmetria stilizzata e, nella produzione di mobili e arredi come nell’architettura, per le forme squadrate e geometriche. Determinante fu il contributo offerto alla definizione dell’Art Déco dall’avanguardia astratta, cubista, futurista e costruttivista. Se la genesi di molti stilemi Art Déco può essere ricondotta all’art nouveau (secessione viennese e Wiener Werkstätten in particolare), lo stile 1925 se ne distingue sul piano delle motivazioni, abbandonando ogni pretesa di socializzazione dell’arte e puntando su una produzione di lusso. Destinato alla borghesia ricca e arricchita del dopoguerra, si afferma nella moda e nel figurino (si pensi al sarto P. Poiret, alle stoffe e ai vestiti “astratti” di S. Delaunay), nella grafica pubblicitaria e d’arte (la cui figura dominante fu Erté), nell’arredamento, nell’oggetto decorativo, nei gioielli. Centro di diffusione ed elaborazione del gusto Art Déco fu la Francia, ma contributi interessanti vennero anche dai paesi scandinavi e tedeschi, dagli Stati Uniti (dove il fenomeno assunse vaste proporzioni e interessò anche il campo dell’architettura come il grattacielo Chrysler a New York (1928). Quella di Forlì è una mostra che vuole anche essere un omaggio, ma anche un’immersione totale nelle mode e nei modi dello sfrenato ventennio tra le due guerre (1919-1939), che riporta in auge un periodo complesso della nostra storia, quando in Europa nasce una nuova tendenza del gusto che si diffonde a ogni aspetto delle attività creative. L’Art Déco è uno stile che fiorisce dalle ceneri delle sinuosità liberty, abbatte la fissità dell’ideologia simbolista e costruisce un linguaggio razionale, puntato sul progresso e il cambiamento.

Il Palazzo del Duca di Senigallia (An) presenta la mostra Venti futuristi; attraverso oltre cinquanta opere tra cui dipinti, disegni, studi per abiti, incisioni, prove grafiche ed elementi legati all’arredo della casa, la mostra vuole accendere i riflettori sugli sviluppi che il Futurismo ha avuto nelle Marche a partire dal 1922. Già dal titolo Venti futuristi si vuole subito sottolineare la carica innovativa che il movimento futurista porta nella regione marchigiana e non solo, un vento di cambiamento che non coinvolge solamente le arti figurative, ma tutti gli aspetti del vivere quotidiano, provocando un rinnovamento radicale negli stili di vita. Venti sono anche gli artisti esposti in mostra, dai firmatari del primo manifesto dell’arte futurista (1909) come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Fortunato Depero e Gino Severini, ai loro giovani seguaci quali Ivo Pannaggi, Sante Monachesi, Umberto Peschi, Wladimiro Tulli, Gerardo Dottori e Tullio Crali. Nel 1922 a Macerata, presso il Convitto Nazionale, il giovane pittore Ivo Pannaggi organizza una mostra di opere di Balla, Boccioni, Carrà e Depero, guadagnandosi la stima dello stesso Marinetti che fu protagonista di varie serate futuriste allestite nei maggiori teatri delle Marche. Quel momento segna la nascita nella città di Macerata di un nutrito gruppo di pittori e scultori futuristi e il loro definitivo abbandono della tradizione accademica, ponendo le basi per un primo approccio ai movimenti di avanguardia in una regione – le Marche - rimasta sino ad allora estranea al rapido processo di rinnovamento che andava interessando l’arte nazionale. Dal 1922 prende avvio anche l’esposizione Venti Futuristi che, attraverso un percorso tematico, approfondisce i vari aspetti della vita quotidiana che il Futurismo intendeva rinnovare - dalla moda al teatro, dalla cucina alla letteratura - opponendosi alla imperante mentalità borghese e passatista. 

Arriviamo ora a Roma, per la precisione in Vaticano. Legami storici, forti e antichi, tra Arles e Roma hanno spinto oggi i Musei Vaticani a ideare e allestire negli spazi vaticani del Museo Pio Cristiano una piccola ma preziosa mostra che già dal titolo Dilectissimo fratri Caesario Symmachus. Tra Arles e Roma: le reliquie di san Cesario, tesoro della Gallia paleocristiana intende evocare il forte dialogo e i rapporti di vicinanza tra la città provenzale e l’Urbs sin dall’epoca paleocristiana. La mostra intende sottolinearne anche l’importante valenza simbolica tributando un omaggio proprio a Cesario, vescovo di Arles all’inizio del VI secolo, grande umanista, grande santo, grande erudito che a suo tempo fu ricevuto a Ravenna dal re Teodorico e a Roma dal Papa Simmaco. Le cinque sezioni in cui si articolerà l’esposizione metteranno a confronto, in una sorta di “dialogo tra collezioni d’arte”, le reliquie di San Cesario e le testimonianze del suo culto ‒ tutti di provenienza arlesiana e provenzale ‒ con opere provenienti dalle raccolte vaticane, a parte una collana in oro con monogramma cristologico oggi al Museo Nazionale Romano. Sarà esposto anche un preziosissimo codice d’età carolingia (un prestito eccezionale della Biblioteca Apostolica Vaticana) che riporta il testo della lettera che papa Simmaco scrisse a Cesario e il cui incipit ha ispirato il titolo della stessa mostra.

Ultima tappa delle nostre numerose proposte è a Sabaudia (Lt), presso il Museo Emilio Greco dove si propone un’importante collezione di opere di Duilio Cambellotti (1876-1960), illustratore, scultore, scenografo, costumista, medaglista, ceramista, disegnatore di mobili e arredi, frescante, insomma, artista universale. La scelta di Sabaudia a sede di questa mostra non è casuale: ad essere in molte delle opere esposte è infatti la vicenda della delle Paludi Pontine risanate.
Sullo sfondo di questa potente mostra si può immaginare La Redenzione dell’Agro (1934), il ciclo pittorico realizzato a tempera su pannelli in ardesia artificiale che decora il Palazzo del Governo di Latina. Gli uomini e le donne dell’Agro di Cambellotti interpretano la vita dell’Agro Pontino nella sua naturale semplicità. Esprimono la faticosa storia quotidiana della bonifica che giorno dopo giorno ha strappato alla palude e alla malaria terre destinate a dare loro cibo e casa.
Ed è proprio la speranza, anzi la certezza, di questo domani migliore che riesce a sublimare fatica e sudore, trasformandoli in simboli universali. Della campagna pontina Cambellotti avverte – come egli scrive – la «malia intensa formata di sogni primordiali, di tristezza e di abbandono», il pittoresco della natura selvaggia e malarica che il lavoro razionale e moderno della bonifica ha cancellato trasformandolo in passato mitico e quasi già nostalgicamente rimpianto.
Il taglio forte e netto delle figure di Cambellotti è palesemente antinaturalistico, quasi espressionistico, e per questo potentemente evocativo di un’antichità in cui ogni forma era archetipo.

Dall’antica alla nuova Via della Seta
Torino – Fondazione MAO
31 marzo 2017 - 2 luglio 2017
Orari: martedì – venerdì 10.00-18.00: sabato e domenica 11.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.maotorino.it

Giade cinesi. L’arte rivelata dalla scienza
Torino – Fondazione MAO
6 aprile 2017 -25 giugno 2017
Orari: martedì- venerdì 9.00-18.00; sabato- domenica 11.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.maotorino.it

Dal Futurismo al ritorno all’ordine. Pittura italiana del decennio cruciale 1910-1920
Torino – Fondazione Accorsi Ometto
2 marzo 2017 – 18 giugno 2018
Orari: martedì – venerdì 10.00-13.00/14.00-18.00; sabato e domenica 10.00-13.00/14.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 8€ intero, 6€ ridotto
Informazioni: www.fondazioneaccorsi-ometto.it

Titanic: the Artifact Exhibition
Torino – Promotrice delle Belle Arti
18 marzo 2017 – 25 giugno 2017
Orari: tutti i giorni 10.00-20.00; sabato 10.00- 22.00
Biglietti: 16€ intero, 13€ ridotto
Informazioni: www.mostratitanic.it

Archeologia del Cenacolo. Ricostruzione e diffusione dell’icona leonardesca: disegni, incisioni, fotografie
Milano – Castello Sforzesco
1 aprile 2017 – 25 giugno 2017
Orari: martedì- domenica 9.00- 17.30, chiuso lunedì
Ingresso libero
Informazioni: www.milanocastello.it

Orientalismo. In viaggio dall’Egitto a Costantinopoli
Milano – GAMManzoni
24 marzo 2017 – 25 giugno 2017
Orari: martedì - domenica 10.00-13.00 / 15.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 6€
Informazioni: www.gammazoni.com

Manet e la Parigi moderna
Milano – Palazzo Reale
8 marzo 2017 – 2 luglio 2017
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30
Biglietti: 12€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.manetmilano.it

Daniele Ranzoni. Lo scapigliato maudit
Milano – Galleria Maspes
24 marzo 2017 – 24 giugno 2017
Orari: da martedì a sabato 10.00-13.00; 15.00-19.00, chiuso lunedì
Ingresso libero
Informazioni: www.galleriemaspes.com

Da Monet a Bacon. Capolavori della Johannesburg Art Gallery
Monza (MB) – Villa Reale
31 marzo 2017 – 2 luglio 2017
Orari: martedì - domenica 10.00-19.00; venerdì 10.00-22.00, chiuso lunedì
Biglietti: 12€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.raggiadimonza.it

Da Hayez e Boldini. Anime e volti della pittura italiana dell’Ottocento
Brescia – Palazzo Martinengo
21 gennaio 2017 – 11 giugno 2017
Orari: mercoledì – venerdì 9.00 - 17.30; sabato, domenica 10.00 - 20.00; lunedì e martedì chiuso
Biglietti: 10€ intero 8€ ridotto
Informazioni: www.mostra800.it

Luigi Basiletti (1780-1859) paesaggi e vedute nell’Italia del Grand Tour
Montichiari (Bs) – Palazzo Lechi
8 aprile 2017 - 2 luglio 2017
Orari: mercoledì – sabato 10.00-13.00/14.30-18.00; domenica 15.00-19.00, chiuso lunedì e martedì
Biglietti: 5€
Informazioni: www.montichiarimusei.it

Estinzioni. Storie di animali minacciati dall’uomo
Padova – Orto Botanico
21 marzo 2017 – 26 giugno 2017
Orari: tutti i giorni 9.00-19.00, chiudo lunedì
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.ortobotanicopd.it

Bellini e i belliniani
Conegliano (Tv) – Palazzo Sarcinelli
25 febbraio 2017 – 18 giugno 2017
Orari: martedì, mercoledì e giovedì 10.00 - 18.00; venerdì 10.00 - 21.00; sabato e domenica 10.00 - 20.00, chiuso lunedì
Biglietti: 11€ intero, 8,50€ ridotto
Informazioni: www.mostrabellini.it

Lancerotto. Il ritorno di un protagonista.
Stra (Ve) – Villa Pisani
8 aprile 2017 - 25 giugno 2017
Orari: tutti i giorni 10.00-12.30/16.00-19.00; domenica 10.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 7,50€ ridotto
Informazioni: www.villapisani.beniculturali.it

Pietro Donzelli. Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta
Rovigo – Palazzo Roverella
25 marzo 2017 – 2 luglio 2017
Orari: martedì - venerdì 9.00 - 19.00; sabato, domenica 9.00 - 20.00: chiuso lunedì
Biglietti: 9€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.palazzoroverella.com

La Grande Peste. Genova 1656 – 1657
Genova – Museo Beni Culturali Cappuccini
31 marzo 2017 -2 luglio 2017
Orari: martedì – domenica 15.00-18.30; giovedì 10.00-13.00/14.00-18.30
Ingresso ad offerta libera
Informazioni: www.bccgenova.it

L’elogio della Bellezza
La Spezia – Museo Lia
24 marzo 2017 – 25 giugno 2017
Orari: martedì -domenica 10.00-18.00; chiuso lunedì
Biglietti: 7€ intero, 4,50€ ridotto
Informazioni: www.museolia.spezianet.it

Alla Corte del Re di Francia
Carpi (Mo) – Musei di Palazzo dei Pio
8 aprile 2017 – 18 giugno 2017
Orari: martedì a domenica, ore 10-13; giovedì, sabato, domenica e festivi anche 15-19. Chiuso il lunedì.
Biglietti: 5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.palazzodeipio.it

Costruire il Novecento
Bologna – Palazzo Fava
24 febbraio 2017 – 25 giugno 2017
Orari: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica: 10.00 - 19.00
Biglietti: 11€ intero, 9€ ridotto
Informazioni: www.genusbononiae.it

Art Dèco. Gli anni ruggenti in Italia
Forlì – Musei San Domenico
11 febbraio 2017 – 18 giugno 2017
Orari: martedì – venerdì 9.30-19.30; sabato e domenica 9.30-20.00, chiuso lunedì
Biglietti: 12€ intero, 10e ridotto
Informazioni: www.mostrefondazioneforli.it

Venti futuristi
Senigallia (An) – Palazzo del Duca
13 aprile 2017 - 2 luglio 2017
Orari: martedì, mercoledì e giovedì 15.00-20.00; venerdì, sabato e domenica 10.00-13/15.00- 20
Biglietti: 7€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.comune.senigallia.an.it

Dilectissimo fratri Caesario Symmachus. Tra Arles e Roma: Le reliquie di san Cesario. Tesoro della Gallia paleocristiana
Citta del Vaticano – Musei Vaticani
24 marzo 2017- 25 giugno 2017
Orari: tutti i giorni 9.00 – 18.00
Biglietti: 16€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.museivaticani.va

Tullio Cambellotti. La Collezione della Galleria Laocoonte
Sabaudia (Lt) – Museo Emilio Greco
19 maggio 2017 – 2 luglio 2017
Orari: giugno: lunedì -venerdì 17.30-20.30; sabato e domenica 10.00-13.00 / 17.30-20.30.
Luglio: sabato e domenica19.00-23.00
Biglietti: 3€ intero, 2€ ridotto
Informazioni: www.laocoontegalleria.it