2017 06 14 ASIA BIBI - 14 giugno 2009: otto anni. INDIA - Atti di vandalismo contro chiese; In Gujarat un libro chiama Gesù “demonio”: i cristiani ne chiedono il ritiro. EUROPA - “Uno di noi”, Ue arrogante boccia 1,7 milioni di cittadini

«Non voglio convertirmi. Io credo nella mia religione e in Gesù Cristo, che si è sacrificato sulla Croce per i peccati degli uomini. Che cosa ha fatto il vostro profeta Maometto per salvare gli uomini? E perché dovrei essere io a convertirmi e non voi?».
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ASIA BIBI - 14 giugno 2009: otto anni dalla professione di fede che le costa il martirio

Viene arrestata il 19 giugno 2009
Condannata a morte 8 novembre 2010
In carcere attende l’ultimo pronunciamento.

“La mia vita è stata sconvolta un giorno di giugno.
Doveva essere una giornata come tutte le altre e, al risveglio, il pensiero che quella domenica avrebbe cambiato la mia vita non mi sfiorava neppure. Il 14 giugno 2009 è scolpito nella mia memoria. Ne ricordo ancora tutti i particolari.
Quella mattina mi ero alzata prima del solito, per partecipare alla grande raccolta di falsa (si tratta della Grewia asiatica, una tiliacea diffusa nell’Asia centromeridionale).
A parlarmene era stata la droghiera, Farah: «Se vuoi, domani puoi andare alla raccolta di bacche che hanno organizzato nel campo appena fuori dal villaggio. Quello dei Nadeem, la ricca famiglia che vive a Lahore, hai presente? Pagano 250 rupie».
(…)
La raccolta di bacche asiatiche richiede molta cura e molta attenzione. Per procedere bene, devo staccare il frutto con delicatezza, senza danneggiare le piccole palline rosse. Non è affatto facile. Bisogna aprirsi un varco tra i rovi e mettersi a cercare le minuscole bacche che stanno in cima ai rami spinosi. Tiro i rami, che quasi ogni volta mi graffiano, e con estrema cura le stacco a una a una, stando sempre attenta a non ferirmi troppo le mani con le spine. Ripeto gli stessi gesti un’infinità di volte, ma quando gli occhi mi cadono sul contenuto della bacinella, vedo che ne ho riempita soltanto metà. Nonostante tutte le precauzioni, ho le mani graffiate e la punta delle dita umida e rossa come se l’avessi immersa in un vasetto di vernice. Il sole picchia duro: è mezzogiorno e devono esserci più di 45 gradi. Sto grondando di sudore. Questo caldo soffocante mi ha sfinita. Mi viene alla mente l’immagine del fiume che passa vicino al mio villaggio: come mi piacerebbe tuffarmi là dentro per rinfrescarmi un po’!
Non potendo fare un bagno/ esco a fatica dai cespugli pungenti e mi dirigo verso un pozzo, qualche decina di metri più in là. Sento già il fresco delle sue vecchie pietre. (…)
Prendo un secchio d’acqua e vi immergo il vecchio bicchiere posato sul bordo del pozzo. Sento scendere l’acqua fresca. Bevo a grandi sorsi. Sto meglio. Ne prendo ancora.
A un certo punto odo un mormorio. Non ci faccio caso e riempio il bicchiere un’altra volta, per porgerlo a una donna accanto a me, che sembra affaticata. Lei allunga il braccio con un sorriso... In quel preciso istante Musarat solleva dai cespugli la sua testa da faina e con gli occhi pieni di odio esclama: «Non bere quell’acqua, è haramì».
Ho un sussulto e rovescio il bicchiere prima che la donna abbia potuto bere. Musarat si rivolge a tutte le donne impegnate nella raccolta, che all’udire la parola «haram» hanno interrotto di colpo il lavoro.
«Ascoltatemi tutte, questa cristiana ha contaminato l’acqua del pozzo bevendo nel nostro bicchiere e immergendo più volte il secchio nel pozzo. Adesso l’acqua è impura! Per colpa sua non possiamo più bere!»
L’ingiustizia è tale che, per una volta, decido di difendermi e di affrontare a testa alta quella vecchia strega di Musarat.
«Io penso che su questa cosa Gesù la penserebbe in modo diverso da Maometto.»
«Lurida bestia, come osi pensare al posto del profeta?» tuona Musarat.
Altre tre donne si mettono a inveire ancora più forte:
«È vero, sei solo una lurida cristiana! Hai contaminato la nostra acqua e adesso osi parlare in nome del nostro profeta! Povera cagna, lo sai almeno che Gesù è un bastardo, perché non ha un padre legittimo? Maometto sì che aveva un padre che lo ha riconosciuto.
Si chiamava Abdullah. Ti dice qualcosa, Abdullah? Gesù è impuro, come te».
«Non è vero» ribatto senza cedere «andate a chiederlo al mullah del villaggio.»
Musarat mi si avvicina come per colpirmi e grida: «Puoi fare solo una sola: convertirti all’islam per riscattarti dalla tua sozza religione».
Mi sento ferita nell’intimo. Noi cristiani dobbiamo sempre tacere, fin da piccoli impariamo a stare zitti perché siamo una minoranza. Ma io sono testarda e stavolta voglio reagire, voglio difendere la mia fede. Non posso lasciare che queste donne insultino così la mia religione.
Faccio un profondo respiro per riempirmi i polmoni di coraggio.
«Non voglio convertirmi. Io credo nella mia religione e in Gesù Cristo, che si è sacrificato sulla Croce per i peccati degli uomini. Che cosa ha fatto il vostro profeta Maometto per salvare gli uomini? E perché dovrei essere io a convertirmi e non voi?».
A quel punto l’odio sgorga da tutte le parti. Le donne mi circondano e si mettono a urlare.
«Come osi dire una cosa del genere del nostro profeta, tu che sei un niente, una cosa immonda che non merita nemmeno di vivere? Tu non vali niente! E i tuoi figli valgono meno di te! Pagherai molto caro quello che hai appena detto del nostro santo profeta!»
Tanto astio e tanta ostilità mi hanno scossa, ma rispondo ancora: «Non ho detto niente di male, ho solo fatto una domanda...».
Una di loro prende la mia bacinella e ne rovescia il contenuto nella sua. Un’altra mi spinge, mentre Musarat mi sputa addosso con tutto il suo disprezzo. Un piede si allunga verso di me e mi colpisce. Cado a terra. Loro ridono.
«Puttana! Lurida puttana! Per te è finita!»
Guardo i loro occhi pieni d’odio feroce... e con uno scatto trovo la forza di rialzarmi. Corro a perdifiato verso casa. Sono ormai lontana, ma le sento ancora ringhiare contro di me. Appena varco il cancello blu vedo Ashiq che sta oliando il chiavistello della porta della camera. Piango così a dirotto che sento male a respirare. Ashiq lascia cadere la boccetta dell’olio e mi viene incontro.
«Ma che succede, Asia?»
Tra i singhiozzi cerco di riprendere fiato e gli racconto tutto: il pozzo, le donne, l’acqua impura perché ho bevuto nel bicchiere, l’esplosione di odio, gli insulti, i colpi. Piango senza freno.
Ashiq mi invita a entrare in camera e sdraiarmi sul letto. Si siede accanto a me e mi accarezza i capelli per calmarmi.
«Stai tranquilla, ora è passata. Non pensarci più, sono sicuro che hanno già dimenticato tutta la faccenda.»
Nonostante le parole rassicuranti di Ashiq, il fiume di insulti che ho dovuto sentire mi tormenta ancora e non mi da tregua. Piango a dirotto.
E alla fine mi addormento, con la mano di mio marito posata sul viso.”
(da Blasfema, Anne-Isabelle Tollet, Mondatori pp. 34ss)

INDIA - atti di vandalismo contro chiese
In India ignoti criminali hanno vandalizzato e saccheggiato la chiesa di San Luca a Dayabari Mission Gate di Ranaghat, a circa 70 km da Calcutta, in West Bengal. L’incidente è avvenuto all’alba del 6 giugno. A scoprire la devastazione dei paramenti, la profanazione del tabernacolo e il furto di denaro è stato un dipendente della chiesa, intorno alle 4.30 di mattina.
Ad AsiaNews mons. Thomas D’Souza, arcivescovo di Calcutta, afferma: “Siamo addolorati per questo deplorevole atto di vandalismo e furto. La Chiesa di San Luca è un luogo sacro, un luogo di venerazione. Tutti i luoghi di culto devono essere rispettati”. “Le Chiese, di qualsiasi denominazione esse siano - ribadisce il presule - devono essere rispettate. Questo atto di saccheggio e vandalismo è allarmante e penoso. Chiedo a tutti di pregare e invito il nostro popolo a mantenere la calma e uno spirito di preghiera e di pace”.
Dal suo canto, padre Kishor Mondal, parroco della Chiesa, spiega che i vandali “hanno fatto a pezzi la Santa Eucaristia. Poi hanno danneggiato altri oggetti religiosi, come il calice e le candele bronzee”.
Da sottolineare che la devastazione della chiesa di San Luca non è un caso isolato: solo poche settimane fa, in Telangana, un’altra chiesa, quella della Madonna di Fatima, è stata presa di mira dagli estremisti indù locali, che hanno dissacrato il Crocifisso e la statua della Vergine Maria.
(Radio Vaticana 08 06 2017)

INDIA - In Gujarat un libro chiama Gesù “demonio”: i cristiani ne chiedono il ritiro

Un libro di testo di scuola superiore in lingua hindi, pubblicato dal “Consiglio di stato del Gujarat per i libri scolastici”, in uso nelle scuole pubbliche in quello stato delI’India occidentale, menziona e definisce Gesù Cristo come un “demonio”. Come appreso da Fides, date le proteste dei cristiani, il ministro per l’istruzione del Gujarat ha affermato che “l’errore verrà risolto presto”.
Nel capitolo 16 del libro, intitolato “Bharatiya Sanskriti Mein Guru-Shishya Sambandh” (“Il rapporto tra un guru e i suoi discepoli nella cultura indiana”), nella parte che si riferisce a Gesù Cristo si legge: “Issam sambandh mein haivan Isa ka ek kathan sadaa smaraniya Hain” (“In tale contesto, sarà sempre ricordato un incidente del demonio Gesù”).
L’avvocato Subramaniam Iyer, che ha notato l’errore, afferma che, in tal caso, si può invocare l’articolo 295 (a) del Codice penale indiano, che si riferisce ad azioni deliberate e maligne intese ad oltraggiare i sentimenti religiosi di qualsiasi gruppo sociale. “E’ semplicemente inaccettabile e dovrebbe essere rimosso immediatamente”, ha detto. Iyer ritiene che l’errore può creare un divario tra le comunità e causare problemi di ordine e sicurezza.
Nel frattempo, il presidente del “Consiglio di stato del Gujarat per i libri scolastici”, Nitin Pethani, ha dichiarato che si è trattato di un errore tipografico. “La parola ‘haiva’, cioè discepolo di Gesù Cristo – ha spiegato – è stata stampata come ‘haivan’, che significa ‘demonio’, inavvertitamente”.
Dopo che Iyer ha pubblicato una foto del capitolo controverso sui social media il 3 giugno scorso, il problema ha creato un polverone tra la comunità cristiana, che ha chiesto l’immediato ritiro del libro di testo dalle scuole.
Commentando l’errore, il gesuita p. Cedric Prakash, attivista per i diritti umani, ha dichiarato a Fides: “Il fatto che Gesù sia stato denigrato in un libro di scuola la dice lunga su quanti hanno ricevuto la responsabilità di modellare la mente, il carattere e il futuro dei bambini indiani”. Padre Prakash ha aggiunto che “molti non hanno alcuna remora nel denigrare o perfino eliminare minoranze, dalit e tribali”. Considerando l’errore “segno delle ideologie fasciste”, p. Prakash chiede “l’immediato ritiro del libro di testo, che i responsabili siano perseguiti e che il governo si scusi con la comunità cristiana”. Non è la prima volta, notano gli osservatori, che errori di tale risma sono stati segnalati nei libri di testo scolastici pubblicati in Gujarat. Secondo John Dayal, giornalista cattolico e attivista per i diritti umani, “i libri di testo sono sempre stati pericolosi per quanto riguarda i riferimenti alla fede. È ignoranza che si riscontra anche ad alto livello, forse non un atto deliberato”. (SD-PA) (Agenzia Fides 9/6/2017)

EUROPA - “Uno di noi”, Ue arrogante boccia 1,7 milioni di cittadini
di Ermes Dovico 08-06-2017 LNBQ

È normale che un’iniziativa firmata da quasi due milioni di cittadini, che si fonda sulle regole previste nei Trattati, possa essere arbitrariamente respinta dalla Commissione europea solo perché non è di suo gradimento? Un organo come la Commissione, peraltro non elettivo, è ancora soggetto allo stato di diritto o gode di una discrezionalità illimitata?

Sono le domande che i rappresentanti legali di One of Us, l’iniziativa che chiede di rispettare la vita umana fin dal concepimento e di fermare il finanziamento di attività che prevedono la produzione in serie e la distruzione di embrioni, hanno posto il 16 maggio nel ricorso davanti a cinque giudici della Corte di giustizia europea, spiegando dettagliatamente come la Commissione abbia calpestato la prerogativa democratica dei cittadini. (…)

Con 1.7 milioni di firme validamente registrate, One of Us è la maggiore iniziativa di cittadini nella storia dell’Unione europea, frutto di un lavoro di due anni che ha coinvolto volontari di tutti i 28 Stati membri, basandosi sulla possibilità offerta dall’articolo 11 del Trattato sull’Ue (Tue), scritto proprio con il fine di ridurre il deficit di democrazia e riavvicinare il popolo alle istituzioni comunitarie.
Trattandosi di una proposta con tutti i crismi del caso, era logico attendersi che il suo iter proseguisse quantomeno per un dibattito a livello parlamentare.
Invece, nel maggio 2014 la Commissione uscente a guida Barroso comunicò che non avrebbe trasmesso la proposta dei cittadini al Parlamento europeo, senza fornire alcuna motivazione legale del suo rifiuto e facendo delle affermazioni di carattere esclusivamente politico (…)

La stessa Commissione Juncker ha avvalorato nuovamente questa linea davanti alla Corte di giustizia, asserendo di avere “un monopolio sull’iniziativa politica” in campo comunitario.
“La delusione degli organizzatori non è di nessun interesse per la Commissione”, ha detto il rappresentante legale degli euroburocrati, secondo cui la richiesta dei cittadini “ha il diritto di essere ricevuta dalla Commissione” e di avere una risposta, “ma niente di più”.

Il presupposto è che qualsiasi iniziativa popolare possa essere bloccata per ragioni del tutto arbitrarie e, ironicamente, sia il Consiglio sia il Parlamento europeo (da cui i cittadini dovrebbero essere rappresentati) hanno appoggiato la linea della Commissione. Insomma, la democrazia è un valore solo quando il vento democratico soffia nel verso voluto dai potenti di turno.
E questo verso, in epoca di pensiero unico, è sempre contrario a qualunque tentativo di proteggere il diritto naturale, che essendo il fondamento razionale a salvaguardia della dignità di ogni persona non può che essere inviso a chi vuole conformare la legge ai propri desideri e interessi.
Quando il processo democratico rischia di svolgersi secondo un senso contrario a questi desideri, basta “correggerlo” con soluzioni dispotiche (per restare a casa nostra basterebbe ricordare le modalità che hanno portato all’approvazione della legge sulle unioni civili), chiaramente da mascherare con un linguaggio il più scaltro possibile.

Paul Diamond e Roger Kiska, gli avvocati che rappresentano One of Us, hanno argomentato che se il potere discrezionale della Commissione è illimitato, allora si decreta la morte di uno strumento come l’iniziativa dei cittadini e rimane sulla carta quanto scritto nell’articolo 11 del Tue e nel regolamento 211/2011, laddove si stabilisce che con almeno un milione di firmatari si può “invitare la Commissione […] a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione”.
Considerando che ogni singolo cittadino dell’Ue ha il diritto di presentare direttamente una petizione al Parlamento europeo e di ricevere una risposta (bypassando perciò la Commissione), non si capisce quale sarebbe la ratio di una norma che prevede la possibilità di un’iniziativa popolare – con l’onere di dover raccogliere un milione di firme – se Bruxelles la interpreta nel senso di poterne impedire a piacere la semplice trasmissione all’Europarlamento.
Per logica, se si vuole dare un senso all’idea di democrazia, una proposta proveniente da un numero così grande di persone richiederebbe di essere più attentamente considerata e dibattuta dai rappresentanti eletti. Non a caso Diamond e Kiska si chiedono se la Commissione possa trattare una proposta di 1.7 milioni di persone “essenzialmente nello stesso modo in cui tratterebbe una lettera inviata da un singolo cittadino, o da un gruppo lobbistico o da un’associazione industriale”.

E ricordano che ragionando così le iniziative di questo tipo sono destinate a scomparire, come dimostra il loro numero sempre più esiguo, a conferma dell’accresciuta distanza tra cittadini e istituzioni.

La Corte di giustizia europea ha di recente emesso due sentenze (nelle cause T-646/13 e T-754/14) con le quali annulla le decisioni della Commissione di non registrare delle iniziative di cittadini che secondo i giudici rispettano almeno parzialmente i requisiti per la registrazione. Il caso di One of Us, la cui sentenza dovrebbe essere resa nota entro la fine dell’anno, è tanto più significativo perché siamo in presenza di un’iniziativa che ha rispettato in tutto e per tutto i criteri di registrazione. E per la quale appare chiaro che il rigetto ha solo motivazioni politiche, il che contrasta con quanto il Parlamento europeo aveva esplicitamente affermato attraverso la risoluzione del 7 maggio 2009: “La Commissione non è libera di decidere, sulla base di sue proprie considerazioni politiche, se un’iniziativa dei cittadini può o non può essere dichiarata ammissibile”. Un principio che oggi è stato dimenticato tanto dalla Commissione quanto dal Parlamento, in ossequio all’ideologia contro la vita e la famiglia che sta infettando l’Europa, distruggendone l’identità.